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La danza interiore |
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« La danse est Dieu dans notre corps. » DOMINIQUE DUPUY
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La danza interiore è
la supremazia e il trionfo del vero. S’osserva
dall’esterno ma non può vedersi veramente che dall’interno, là
dove brilla la fiamma che illumina e nutre la testa, il corpo e il
cuore di mille scoppi e mille forze. È
un incendio salvatore che conduce alla trasmutazione. Dal grande
olocausto delle nostre paure e delle nostre menzogne, dei nostri
meccanismi e dei molti io, nasce una nuova energia, una merce rara e
necessaria alla crescita armonica dell’essere. Alchimia senza
chimera, lo spessore diventa sottile e il neonato trova il nettare
nutriente al cuore stesso del suo corpo. Il
primo scalino è forse il più duro a superare. A salire o scendere, a
seconda dei casi. Ma le braccia, tese verso la terra e poi verso il
cielo, disegnano il tragitto che ciascuno dovrà compiere per toccare
la mano dell’altro, e aiutarlo, qui e ora, a sedersi al suo lato
prima d’arrampicarsi, da solo stavolta, sullo scalino successivo. Sul
Grande Circolo, l’orma d’un passaggio stretto, la traccia d’una
parola silenziosa che scruta e che vede. Sentire
nella sinistra e nel cervello destro, sapere nella mano destra e nel
cervello sinistro. Le braccia a croce e il cuore al centro, aperti
alla conoscenza come una doratura che ricopra vasi di piombo. La
coscienza si stende al cosmo e si dispiega all’infinito, nella
misura d’un sano soffio condotto dalle stelle. Un corpo nuovo cresce
in questo caos creatore, e grida: « Io
sono », prima d’iniziarsi a uno strato
superiore nel quale la morte è momentaneamente superata. La
gioia d’Arjuna sul suo campo di battaglia non si sogna, si vive
nell’azione del movimento che porta all’essere. Per questo,
bisogna camminare a testa alta lungo il cammino, non del possesso, ma
del dono. Perché serve donare per diventare, non degli dei, ma degli
uomini semplicemente. E la macchia è talmente estesa, la distanza
talmente grande che ci separa dalla saggezza! Che si deve fare,
bisogna imitare come una scimmia le geremiade di Job? No, perché si
deve agire affinché sgorghi la gioia, presente come un’eterna
primavera. « È nell’adempimento dell’azione che in effetti, senza attacchi, dice Krishna nella Bhagavad Gîtâ, l’uomo attende il termine ultimo. » Così, dopo un sovra-sforzo salvatore, un’anima può innescare ed espandere la sua magia per il mondo.» Traduzione Guido Mattia Gallerani. Copyright 2005 © Éditions Dervy. Extrait de Mode d'Emploi de la Parole Magique.
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